Romania – l’odissea delle chiese distrutte (II)

 

La poltica di urbanizzazione durante il regime Ceausescu

Con l’insediamento del cosi-detto “governo democratico” il 6 marzo 1945, assistiamo alla nascita del regime ateo-comunista in Romania. Come accaduto nell’Unione Sovietica il regime comunista si oppose alla Chiesa cristiana romena considerandola come un’istituzione ostile per l’ideologia atea. In questa situazione la Chiesa ortodossa romena, la maggiore confessione in Romania, aveva due alternative: combattere apertamente contro il regime comunista oppure adottare un atteggiamento di moderata chiusura e di coabitazione. La prima alternativa non sarebbe stata possibile considerando il disuguale rapporto di forza e il diverso significato per le due istituzioni – Stato e Chiesa – dell’attacco e della difesa.

Demolizione del monastero Vacaresti costruito nel periodo 1716-1736

Demolizione del monastero Vacaresti costruito nel periodo 1716-1736

Soprattutto dopo il 1917 il martirio della Chiesa ortodossa russa, con tante vittime tra il clero ed i fedeli, era un esempio conclusivo per la Romania. Nello stesso tempo, bisognava osservare anche il caso dell’Albania, dove il regime comunista aveva ridotto al silenzio qualsiasi confessione cristiana e non. Da un’altra parte, la chiesa Greco cattolica romena era stata abolita, non essendo possibile una sua protezione né dall’autorità cattolica né dagli stati occidentali. In questa situazione la Chiesa ortodossa romena è stata forzata a scegliere la seconda alternativa per poter mantenere la vecchia fede sotto l’oppressione comunista.

Con l’insediamento dei comunisti in Romania, iniziò un processo di ricostruzione del passato, della memoria, complesso ed esteso ad ogni settore della vita romena. Lo sradicamento delle istituzioni tradizionali e il cambiamento del volto della società attraverso la nazionalizzazione, la collettivizzazione, la sistemazione e l’urbanizzazione delle zone rurali, la sistematica violazione dei diritti umani e le frequenti epurazioni dei dissidenti avevano reso la Romania un paese diverso che stava indirizzando tutte le sue forze e la sua politica verso la “vittoria del socialismo” e la creazione dell’”uomo nuovo”.

Dopo la dissoluzione del vecchio sistema politico e delle sue istituzioni, l’ultimo ostacolo importante per l’instaurazione del regime comunista in Romania era la Chiesa. Il compito di allontanare la Chiesa spettava alla “Securitate” (in Romania, il nome della polizia politica tra gli anni 1948-1989). Nell’intraprendere quest’opera il PCR (Partito Comunista Romeno) ha preferito non imitare la soluzione sovietica, almeno non quella degli anni precedenti alla “Grande guerra patriottica”. Sia la Chiesa Ortodossa Romena che la Chiesa Greco cattolica in Transilvania avevano svolto durante il XVIII e XIX secolo un ruolo importantissimo nel mantenere il sentimento di coesione e identità nazionale; e tutte e due le Chiese godevano della fedeltà di milioni di romeni. Se potevano essere manipolate in modo tale da servire il regime, era inutile cercare di distruggerle.

L’ortodossia era stata dichiarata la confessione dominante, in base alla Costituzione del 1923, e come conseguenza le erano stati accordati dei privilegi speciali, ad esempio il pagamento degli stipendi dalla parte dello stato. Per poter controllare la gerarchia ortodossa il Partito Comunista Romeno aveva usato proprio questa dipendenza.

La situazione della Chiesa Greco cattolica era diversa: era stata creata all’inizio del secolo XVII come conseguenza dell’attività dei gesuiti, che avevano convinto tanti romeni ortodossi dalla Transilvania ad accettare i dogmi della fede cattolica, tra i qualianche il primato del Papa. Finché l’autorità di questa Chiesa si trovava a Roma, per il nuovo regime sarebbe stato difficile controllarla. Quindi, anche se ufficialmente la fede religiosa veniva condannata, il PCR l’ha tollerata nell’ambito di certe restrizioni imposte per leggi. In questo senso, la sua azione è stata più blanda di quella del regime sovietico. La tolleranza delle confessioni riconosciute presupponeva la loro sottomissione al PCR e l’esplicito sostegno alla politica del partito sia sul piano interno che sul piano estero.

L’arrivo di Ceauşescu al potere nel 1967 come Presidente del Consiglio di Stato e, a partire dal 1974, come Presidente della Repubblica, trova i nuovi profili dello Stato e della Chiesa ben delimitati; la reazione delle confessioni di fronte all’intrusione dello Stato era delineata, i meccanismi di negoziazione, di risposta e di protezione si manifestavano.

La repressione del clero romeno

Gli ultimi arresti in massa del clero si sono consumati dopo la rivoluzione di Budapest (1956), durante le purghe che s’abbatterono sul partito e il ritiro delle truppe sovietiche. Le pressioni politiche sulla Chiesa Ortodossa erano molto forti, soprattutto le insistenti richieste di diminuire la vita monacale, rifiutate dal Patriarca Iustinian.

La repressione brutale, con inchieste violenti, umilianti e rieducazioni, finirà nel 1964, quando i detenuti politici saranno liberati, nel contesto della relativa distensione che il regime comunista adotterà sino alla fine degli anni ’70, anche se si registrano ancora arresti di prelati, fino agli anni Ottanta, come dimostra il caso di padre Gheorghe Calciu (1).

Dopo la mini-rivoluzione culturale promossa dallo stesso Ceauşescu, la propaganda ateista è ripresa negli anni ’70. Tenendo conto della minima opposizione incontrata dopo il ’77, la propaganda ateista sarà attuata in una maniera diversa, ma ancora più forte e rigida. Questa situazione è stata resa possibile dall’eredità che aveva lasciato Gheorghiu Dej ma anche dalla morte del Patriarca Iustinian Marina avvenuta il 26 marzo 1977. Ceauşescu continuò a “devitalizzare” la Chiesa attraverso la campagna di demolizioni dei luoghi di culto, prevista all’interno del piano per la sistemazione delle città e l’urbanizzazione delle zone rurali.

Nel suo ossessivo tentativo di trovare una fonte di legittimità per il suo regime, Ceauşescu ha prodotto un vasto piano il cui obiettivo era la creazione di una nuova identità rimuovendo la memoria e le tracce di una Romania pre-communista.

Secondo il principio organizzativo del culto della personalità, negli ultimi anni Ceauşescu sentiva il bisogno di guidare non soltanto il paese, ma ogni paesino, ogni fabbrica ed ogni settore produttivo in parte… l’onnipotenza e l’onniscienza di Ceauşescu dovevano essere applicate su tutta la superficie del paese (2).

Nel marzo 1974 è creata una nuova carica istituzionale: quella di Presidente della Repubblica, alla quale Ceauşescu è eletto all’unanimità dalla Grande Assemblea Nazionale. In questa occasione Ceauşescu sceglie di apparire con uno scettro. Una scelta che gli valse delle controverse felicitazioni da parte di Salvador Dali. La sua qualità messianica, di eletto del destino, è materializzata in quella di un rappresentante del popolo.

La demolizione era evidentemente una passione di Ceauşescu, che aspirava ad operare giganteschi traslochi di spazi e di tempi, a spostare chiese e villaggi, a essere lo spedizioniere capo di una ditta di trasporti che imballa e trasloca lo scenario di secoli. Il progetto di Ceauşescu vuole estirpare la tradizione (3).

Fino alla caduta del regime di Ceauşescu nel 1989, almeno 29 città sono state completamente ristrutturate, mentre altre 37 erano in corso di ristrutturazione e la sistemazione rurale era già iniziata seriamente con la demolizione dei primi villaggi a Nord di Bucarest (4). La politica ufficiale prevedeva entro l’anno 2000 la demolizione di 7.000-8.000 villaggi dei 13.123 esistenti e la loro sostituzione con 500 centri agro-industriali. Una tale politica ignorava il semplice fatto che la più grande risorsa di una nazione è il suo popolo, e che la soppressione del popolo attraverso la privazione di iniziativa non può far altro che dissipare questa risorsa (5).

Nel settembre del 1985 è stato ufficialmente dichiarato che entro l’anno 1990, il 90-95% degli abitanti di Bucarest avrebbe dovuto vivere in nuovi condomini, rendendo così la capitale un esempio per tutte le altre città della Romania (6). È stato simultaneamente annunciato che la ricostruzione dei villaggi avrebbe dovuto essere completata entro 15 anni (7). Le cifre rilasciate in marzo e giugno 1988 parlavano della sparizione di approssimativamente 900 comuni dei 2.705 esistenti e la riduzione del numero di villaggi, dal presente livello di 13.123 ad un massimo di 5.000-6.000 (8). In questo modo, approssimativamente 7.000-8.000 centri rurali sarebbero dovuti scomparire dalla carta geografica della Romania, mentre ai residui sarebbe toccato un intervento parziale, ma comunque estesissimo, in misura del 90-95%. Questo è il risultato di un processo iniziato negli anni del secondo dopoguerra.

L’industrializzazione in Romania iniziò nel 1949-1950; si sviluppò rapidamente avendo come conseguenza la migrazione delle persone dalle campagne verso le grandi città. La popolazione urbana aumentò da 3.486.995 nel 1948 a 5.667.559 nel 1965, arrivando a 11.540.494 nel 1985 – momento in cui rappresenta 50,6% (9). Negli ultimi anni ’50 e durante gli anni ’60 il Partito Comunista Romeno e il governo del paese hanno lanciato un programma estensivo di edilizia abitativa affinché incontrasse la domanda dei nuovi abitanti delle città. Per 15 anni, 1955-1970, questi caseggiati vennero costruiti nelle aree fabbricabili, nei suburbi, lungo i grandi ring boulevard e lungo le vie principali delle città. Prossimità ai nuovi centri industriali e condizioni migliori per la sistemazione in alloggi erano i criteri principali per la ricostruzione urbana a Bucarest e altri centri simili (10).

In questa prima fase, fino ai primi anni ’70, si può affermare che i centri storici non siano stati generalmente pregiudicati.

Le prime grandi demolizioni degli edifici di architettura tradizionale sono state fatte a Suceava (11), capitale dello stato di Moldavia durante il XIV e XVI secolo; Piteşti (12); Vaslui (13); Giurgiu (14) e Târgovişte.

La ricostruzione del centro di Suceava e iniziata nel 1961. Le linee guida della ricostruzione sono state la demolizione di quasi ogni costruzione che non fosse un monumento storico e la costruzione di condomini di 6-8 piani. C’è stata anche una accesa discussione sul fatto di preservare o meno il territorio circostante della chiesa Santo Demetrio, in quanto le autorità locali erano contrari a questa iniziativa. Le costruzioni, principalmente datate nel XVIII e XIX secolo, in stile neoclassico con balconi in ferro battuto erano estremamente caratteristiche per l’architettura urbana della Romania. Nel 1973 la Direzione per i monumenti storici propose uno status protetto per questa piccola area della città. La proposta non fu mai implementata.

A Piteşti – città menzionata per la prima volta nel 1388, la ricostruzione dell’intero centro, ad eccezione di una sola chiesa, è stata pianificata e più tardi implementata. La città di Piteşti è stata rasa a suolo e ricostruita fra 1966-1988, in quanto si sosteneva che “l’architettura dell’anteguerra non ha nessun valore speciale; tre importanti edifici devono essere costruiti nel centro per porre fine al disordine urbano” (15).

Il centro di Vaslui è stato distrutto e ricostruito negli ultimi anni ’60 e primi anni ’70. L’architettura urbana e stata abbattuta in proporzione di 90% (16).

Il centro di Giurgiu è stato distrutto nei primi anni ’70, essendo salvata una sola torre.

Nel 1983 lo storico Dinu C. Giurescu dichiarava: “Demolire il patrimonio dell’architettura urbana significa cancellare pagine di storia dalla memoria; i giovani, presto, vivranno in città dove quasi niente non ricorderà più la civiltà romena passata”. Il piano di sistemazione del centro storico a Piteşti è estremamente rilevante: solo nove edifici sono rimasti in piedi da un totale di più di 100.

“Abbandonare l’architettura tradizionale urbana e rurale significa rinunciare alla propria identità. Questo non dovrebbe essere mai pensato o fatto, a meno che non si vuole compromettere il nostro futuro come nazione (17)”.

Tutti gli sforzi fatti alla fine degli anni ’70 e durante gli anni ’80 per fermare la distruzione del patrimonio tradizionale non hanno dato che pochi risultati. Fino al 1989 al meno 29 città sono state distrutte fino al 90%: Suceava, Botoşani, Paşcani, Iaşi, Roma, Piatra-Neamţ, Bacău, Vaslui, Huşi, Bârlad, Tecuci, Focşani, Galaţi, Râmnicul Sărat, Buzău, Mizil, Ploieşti, Piteşti, Slatina, Craiova, Râmnicul Vâlcea, Giurgiu, Slobozia, Călăraşi, Medgidia, Tulcea, Constanţa, Mangalia e Baia Mare (18). L’architettura e il tessuto urbano tradizionali sono stati cancellati e sostituiti dalle abitazioni collettive con tanti appartamenti e con una rete stradale diversa. È sorto un nuovo mondo urbano completamente opposto a quello di prima e senza nessun collegamento con il passato, ma con monumenti storici isolati e pochi altri edifici mantenuti per essere nascosti tra le nuove costruzioni. Una rapida demolizione era in corso in altre 37 città (19).

Gli ideatori di questi progetti promuovevano la nuova sistemazione, escludendo qualsiasi riferimento alla città precedentemente spianata. Nel 1980 il centro civico di Bucarest fu proclamato come una realizzazione che rappresentava un’unica epoca storica, il più importante progetto di sistemazione e costruzione mai concepito in Romania. Una volta che la demolizione fu decisa non rimase nessuna possibilità di scelta per i cittadini che vivevano in case di proprietà. Gli ex-proprietari furono costretti a spostarsi in appartamenti di proprietà dello stato e diventare affittuari. I nuovi spazi abitabili furono affittati secondo i criteri fissati per legge: un monolocale per una persona o una famiglia senza bambini, senza riguardo alla casa o l’appartamento precedentemente espropriati e distrutti.

 

dott.sa Anca Maria Mihaescu

Fonti: http://culturaromena.it/